Cenni Storici

70 ° anniversario del ricongiungimento di Trieste all’Italia ( 1954 – 2024)

Il 26 ottobre 1954 il tricolore tornava a sventolare sulla Piazza dell’Unità d’Italia a Trieste. Una folla acclamante di uomini e donne che salutavano la fine dell’occupazione straniera si dispose dal posto di blocco di Duino fino alla città, formando un fiume umano di 25 chilometri e rimanendo tutta la notte ad aspettare l’arrivo dei soldati italiani.

Una storia complessa quella che caratterizza il nostro territorio e la nostra città e che merita di essere ricordata.
Trieste viene annessa al Regno d’Italia nel 1918, alla conclusione vittoriosa del primo conflitto mondiale, e vi rimane fino alla Seconda guerra mondiale quando, a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943, viene posta sotto occupazione militare germanica e inserita quindi, assieme alle province di Udine, Gorizia, Lubiana, Pola e Fiume, nella Zona di Operazioni del Litorale Adriatico, divenendo di fatto, anche se non formalmente, un territorio annesso al Reich nazista. Il periodo è caratterizzato dalla guerra delle formazioni partigiane, italiane e jugoslave, con numerose azioni contro i tedeschi e i reparti collaborazionisti, seguite da feroci rappresaglie che si aggiungono alle esecuzioni e alle deportazioni nei lager operate dall’occupatore nazista.

Nella primavera del 1945, in previsione dell’offensiva finale contro i tedeschi sul fronte italiano e su quello balcanico, gli anglo-americani cercano un accordo con gli jugoslavi per congiungersi nella Venezia Giulia su una linea che lasci in mano agli Alleati Trieste e una fascia di territorio per consentire il collegamento stradale e ferroviario con le forze che si sarebbero dislocate in Austria. In realtà l’obiettivo del maresciallo Tito, a capo dell’Armata di liberazione jugoslava sostenuto dall’Unione Sovietica, è quello di spingersi il più ad ovest possibile per occupare militarmente il territorio fino all’Isonzo, mettere gli anglo-americani di fronte al fatto compiuto e far valere le conquiste effettuate nelle trattative di pace per stabilire definitivamente i nuovi confini della Jugoslavia socialista.

Il 17 aprile 1945 inizia l’offensiva finale jugoslava, contemporaneamente gli anglo-americani sfondano la Linea Gotica sul fronte italiano e si verifica la cosiddetta “corsa per Trieste”, ovvero l’avanzata verso la città giuliana compiuta in maniera concorrenziale da parte della Quarta Armata jugoslava e dell’Ottava armata britannica.

Il 30 aprile a Trieste avviene l’insurrezione contro i tedeschi, le forze della Resistenza sono però divise tra le formazioni partigiane di ispirazione democratica e liberale che combattono per la liberazione dal nazismo e per una Trieste italiana e le formazioni comuniste, dipendenti operativamente dal Fronte di liberazione sloveno, che sono invece favorevoli all’annessione della città alla Jugoslavia.

Il primo maggio 1945 La Quarta armata jugoslava con il 9º Corpo partigiano sloveno di Tito entrano città, decisi a rimanervi.
Dall’altro versante il 1° maggio le truppe britanniche arrivano sull’Isonzo e trovano la cittadina di Monfalcone già occupata dagli jugoslavi, che tentano di dissuadere i neozelandesi dal proseguire. Dopo qualche incertezza il generale neozelandese Bernard Freyberg ordina alla 9ª Brigata, agli ordini del generale Gentry, di avanzare verso Trieste, dove le truppe britanniche giungono nel primo pomeriggio del 2 maggio, in tempo per trattare la resa degli ultimi capisaldi ancora in mano ai tedeschi.
Quel che ne segue è una sovrapposizione non concordata di zone di occupazione, che genera la prima crisi diplomatica del dopoguerra. Ai neozelandesi appaiono presto chiari i metodi di occupazione violenta degli organi di polizia politica e delle truppe di Tito, operati attraverso le esecuzioni sommarie e le deportazioni di chiunque possa potenzialmente opporsi all’annessione alla Jugoslavia. Dopo un primo momento di prudenza e tentativo di conciliazione con gli alleati jugoslavi gli anglo-americani si oppongono decisamente alla situazione venutasi a creare, anche schierando le proprie truppe, al tempo stesso in uno scenario divenuto critico l’Unione Sovietica decide di non appoggiare ulteriormente le pretese di Tito. Così il 9 giugno, a seguito di trattative diplomatiche, con il Trattato di Belgrado si giunge ad una situazione di compromesso, rinviando la soluzione definitiva dei confini al futuro Trattato di pace. Gli jugoslavi sono costretti ad abbandonare Trieste e a ritirarsi più ad est, oltre la cosiddetta Linea Morgan, dal nome del generale Sir William Morgan firmatario per gli anglo-americani del Trattato.

La conseguenza è la creazione di due zone sotto controllo militare: la Zona A controllata dagli anglo-americani, comprendente Trieste, Gorizia, la fascia confinaria fino a Tarvisio e l’exclave della città di Pola; la Zona B, controllata dagli jugoslavi, comprendente l’Istria, Fiume, le isole del Quarnaro e una piccola exclave nella zona di Oppachiasella sul bordo del Carso nord-occidentale.

Questa suddivisione territoriale perdura fino al Trattato di pace del 10 febbraio 1947, quando vengono stabiliti i nuovi confini tra Italia e Jugoslavia. Tuttavia rimane ancora irrisolta la questione di Trieste per l’impossibilità di giungere ad un accordo tra le parti. Viene così decisa la creazione del cosiddetto TLT, i Territorio Libero di Trieste, che dovrebbe divenire a tutti gli effetti uno stato indipendente e sovrano, con capitale Trieste, il porto internazionalizzato e un governatore nominato dall’ONU. Nei fatti il TLT non si realizzerà mai a causa della situazione sempre più tesa nel clima della Guerra Fredda, che impedirà ad ogni tentativo l’elezione del governatore per i veti incrociati delle nazioni antagoniste.
Si realizza invece un’amministrazione militare provvisoria, con una Zona A e una Zona B, similmente a quanto avvenuto in precedenza ma di dimensioni più ridotte.
Nella zona A, comprendente i comuni di Trieste, Muggia, San Dorligo, Monrupino, Sgonico, Duino-Aurisina, sono presenti 5.000 soldati americani del TRUST (Trieste United States Troops) e 5.000 soldati britannici del BETFOR (British Element Trieste Force). Nella Zona B, comprendente l’Istria nord-occidentale fino al fiume Quieto, sono presenti 5000 militari jugoslavi della VUJA (Vojna Uprava Jugoslovenske Armije).
La situazione non si rivela comunque accettabile né per l’Italia, che considera irrinunciabile il ricongiungimento con Trieste e possibilmente anche con la Zona B o almeno parte di essa, né per la Jugoslavia che già ha il controllo militare della Zona B considerandola di fatto in suo possesso e non rinuncia alle mire su Trieste dopo aver dovuto forzatamente abbandonarla nel 1945.

Negli anni successivi, nonostante i tentativi degli anglo-americani di far pervenire le parti ad un accordo assegnando la Zona A all’Italia e la Zona B alla Jugoslavia, lo stallo nelle trattative permane e Trieste continua ad essere un luogo cruciale di contrapposizione politica, etnica ed ideologica.

L’espulsione della Jugoslavia dal Cominform nel 1948 e il suo allineamento all’Occidente rendono più difficile la posizione dell’Italia nella contesa, e nemmeno l’adesione alla NATO nel 1949 rende più favorevole la trattativa.

Il culmine della tensione si raggiunge però nell’estate e autunno del 1953. In primavera, dopo le elezioni politiche in Italia che segnano un arretramento del governo centrista, si verifica un conseguente indebolimento dell’azione diplomatica italiana e un rafforzamento di quella di Tito. Il nuovo Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Pella, a fronte delle posizioni jugoslave e per dare un forte segnale agli anglo-americani sulla necessità di risolvere definitivamente la questione di Trieste, ordina lo schieramento di alcuni reparti militari alla frontiera con la Jugoslavia. A sua volta Tito procede ad una parziale mobilitazione e richiama alcune classi di riservisti in servizio. L’Esercito Italiano dà quindi il via all’operazione “Esigenza T” (Trieste) che prevede anche il piano “Delta”, per prendere con un colpo di mano la Zona A. Ad aggravare la tensione si aggiunge la cosiddetta Nota bipartita dell’ 8 ottobre, diramata ufficialmente dagli anglo-americani, che comunicano di voler abbandonare la Zona A per consegnarla all’amministrazione italiana. Tito reagisce proclamando che l’ingresso delle truppe italiane nella Zona A verrebbe considerato dalla Jugoslavia come un atto di guerra. Si intensifica lo schieramento alla frontiera di entrambi i dispositivi militari, vengono costituiti capisaldi, depositi di munizioni e scorte. I due eserciti si fronteggiano in un clima che può sfociare nello scontro armato.

Dal 3 al 6 novembre si svolgono a Trieste grandi manifestazioni patriottiche in favore dell’Italia, duramente represse dalla polizia del Governo Militare Alleato con scontri gravissimi, sei vittime tra la popolazione civile e numerosi feriti da ambo le parti.
Di fronte ad una crisi, che si rivela essere la più grave della Guerra fredda nel Sud Europa, gli anglo-americani si attivano per riprendere l’azione diplomatica e far giungere ad una soluzione definitiva Italia e Jugoslavia.

Soltanto dopo un periodo di estenuanti trattative si giunge ad un accordo che porterà al Memorandum d’Intesa di Londra del 5 ottobre 1954, nel quale si stabilisce l’assegnazione all’amministrazione civile italiana di Trieste e della Zona A e quella della Zona B alla Jugoslavia, con alcune piccole rettifiche territoriali in favore di quest’ultima. Quanto sancito nel Memorandum costituirà di fatto il confine tra le due nazioni e avrà formalmente un valore giuridico con il Trattato di Osimo del 1975.
A tre settimane dalla firma del Trattato finalmente le truppe italiane si preparavano all’ingresso nella ex Zona A.
Per l’operazione era stato appositamente costituito il “Raggruppamento Trieste” formato da: 82° Reggimento fanteria “Torino”, I Gruppo del 21° Reggimento artiglieria da campagna, Compagnia genio pionieri, Compagnia trasmissioni, tratti dalla Divisione di fanteria “Trieste”; a questi si aggiungevano il V Battaglione dell’8° Reggimento bersaglieri della Divisione corazzata “Ariete” e il I Gruppo squadroni del Reggimento Cavalleria blindata “Genova”.

Le operazioni dell’Esercito Italiano erano iniziate già il 25 ottobre quando all’alba le truppe iugoslave si attestavano sulla nuova linea di demarcazione e alcuni militari dell’82° Reggimento Fanteria del Raggruppamento Trieste avevano sostituito i militari inglesi alla base del Lazzaretto in località Muggia.
Ai reparti del Raggruppamento Trieste era stato dato il compito di occupare l’ex Zona A. Tra i primi ad affacciarsi a Trieste sarebbe stato il V battaglione dell’8° Bersaglieri, stanziato provvisoriamente presso la caserma “Franco Martelli” di Pordenone. Il battaglione prescelto per costituire l’avanguardia dell’intero Raggruppamento era agli ordini del tenente colonnello Maurizio Federico.
Gli altri reparti del Raggruppamento Trieste invece affluirono a Cervignano.
Prima ad arrivare in treno da Forlì fu una compagnia dell’82° Fanteria, che si sistemò nella caserma “Monte Pasubio”. Seguì anche il II battaglione e la compagnia armi d’accompagnamento che alloggiarono nella caserma “Monte Vodice” a Villa Vicentina, unitamente alle Compagnie pionieri e trasmissioni, contemporaneamente giunse anche la Compagnia comando.

Nelle giornate tra il 21 e 23 ottobre tutto il dispositivo sarebbe confluito in zona. Il generale di brigata Mario Gianani, comandante dei reparti di fanteria della Divisione “Trieste” ed al quale era stato affidato temporaneamente anche il comando dell’omonimo Raggruppamento, era giunto a Cervignano la sera del 21.
Alle ore 5,20 di quella piovosa giornata del 26 ottobre i carabinieri scortavano l’autocolonna dell’82° Reggimento “Torino” con in testa il comandante colonnello Giovanni Berlettano, che faceva il suo ingresso a Trieste. Seguivano il V Battaglione bersaglieri e il I Gruppo squadroni del Reggimento di Cavalleria “Genova”, nelle ore successive giungevano dal mare l’incrociatore “Duca degli Abruzzi” e i cacciatorpediniere “Grecale”, “Artigliere” e “Granatiere”. In cielo sorvolavano 24 aviogetti della 51^ Aerobrigata di stanza a Istrana.
Nell’arco della mattina, lungo l’intero arco del nuovo confine con la Iugoslavia, a partire da un paio di chilometri in linea d’aria a Nord di San Giovanni del Timavo fino all’abitato di Lazzaretto racchiuso nella piccola insenatura tra Punta Sottile e Punta Grossa, si erano attestati i reparti dell’Esercito, le cui avanguardie avevano preso ad avanzare all’alba procedendo sotto la pioggia. Al momento dell’attestamento lungo la linea di confine i fanti dell’82° “Torino” subirono il fuoco di disturbo aperto dalle pattuglie jugoslave, al quale risposero a loro volta portando a termine il difficile compito.

Le autocolonne preposte ad occupare l’ex Zona A erano quattro. La prima autocolonna scese in direzione dello stadio di San Sabba per poi dirigersi a Muggia e Lazzaretto.
La seconda autocolonna, da Villa Opicina scese direttamente verso la città con obiettivo la caserma di via Rossetti. Si unì anche la terza colonna che si diresse verso la stessa caserma, ma giungendo dalla direttiva litoranea di viale Miramare.
Anche l’autocolonna dei bersaglieri, arrivò a Barcola ma non appena i primi automezzi tentarono di inserirsi in mezzo alla folla, questa li chiuse da ogni lato e li costrinse a fermarsi. La folla nell’entusiasmo prese letteralmente d’assalto gli automezzi.

Giunti a fatica in Piazza Unità d’Italia, ebbe luogo l’alzabandiera, a mezzogiorno in punto. Quando le due grandi bandiere salirono sui pennoni, le campane di tutte le chiese della città suonarono a distesa.

Dopo anni di incertezze che avevano visto l’avvicendarsi a Trieste di diversi eserciti stranieri, che si erano lasciati alle spalle anche tragedie e lutti, i triestini potevano nella commozione accogliere nuovamente i soldati italiani ricongiungendosi alla madre Patria.

Fu finalmente la gioia di poter legittimamente annodare al collo la bandiera italiana e di cantare “Le Campane di San Giusto”.